I recenti fatti di cronaca hanno scosso profondamente le coscienze e indotto le persone a riflettere sul ruolo della famiglia, della società, della scuola e delle istituzioni nella vita delle donne e degli uomini, sulle scelte e sulle conseguenze delle azioni che essi compiono.
Ad Afragola è stata brutalmente uccisa una “bambina cresciuta troppo in fretta”, e consegnata al mondo come donna. È stata uccisa a sassate dal suo ex fidanzato, mentre era di spalle, per aver rifiutato un abbraccio. Questa è stata la prima versione, rimpiazzata da quella ufficiale che attribuisce alla giovane vittima “la colpa” di aver chattato con un altro ragazzo e di aver innescato nel suo ex fidanzato il raptus di violenza.
Possibile che nel 2025 siamo ancora a parlare di gelosia?
Tutto il progresso, la tecnologia non sono bastati a fare la magia…? A creare quelle condizioni culturali per evolvere mentalmente e ampliare i propri limiti mentali?
Usiamo l’intelligenza artificiale per fare di tutto, meno che per trovare una soluzione concreta alla violenza?
Possibile che con tutta questa cultura ancora si debba ragionare sull’isolamento a cui si costringono molti giovani, alla discriminazione di genere, alla povertà…?
Tutto questo è inaccettabile ed esige immediate azioni concrete.
Fatta passare come ennesimo femminicidio, la tragedia di Afragola ha indotto le istituzioni a porsi numerosi interrogativi ancora senza risposte e ad allinearsi per trovare una soluzione comune per arginare il fenomeno.
La morte esige silenzio e tutto quello che possiamo pensare e dire dovrebbe restare circoscritto in una condizione di rispetto e solennità. Un silenzio che invece è rotto da chi espone la sua personale teoria per indignazione verso la mano di quell’uomo che ha ferito a morte una donna o verso i parenti dei protagonisti della vicenda.
Quando una donna muore per mano di un uomo ci si interroga sulle ragioni che hanno spinto quell’uomo a gestire in quel modo la sua paura, e sulle ragioni che hanno indotto la donna a esporsi a quell’attimo.
Perché è andata a quell’ultimo appuntamento, nonostante tutti gli inviti a “non andare”?
Chi può mai dire, con assoluta certezza, che quello sia l’ultimo appuntamento?
Diventa l’ultimo appuntamento quando le cose evolvono nel modo che ci descrive la cronaca… La verità noi non la conosceremo mai, perché resterà circoscritta nell’ultima stanza dell’inconscio della vittima e del carnefice.
Quella verità scomoda governerà tutte le sue azioni e sarà lì a dettare legge finché non sarà disposto ad accettare la mostruosità di quel dolore assurdo che non ha saputo contenere, che non ha saputo accettare.
È davvero solo un uomo a essere responsabile di quello che scatena la follia?
Dietro alla violenza su una donna c’è sempre un’altra donna che non è riuscita a gestire le emozioni negative e gli eventi. La morte esige rispetto e silenzio, certo, ma è necessario interrogarsi sui “perché” per guardare in faccia alle ragioni di tanta violenza, per iniziare ad abbracciare quel dolore profondo che è radicato nelle nostre vite, nelle nostre radici culturali e fare qualcosa di concreto.
La mamma del carnefice è la figura intorno a cui ruota la maggior parte delle riflessioni; si legge che è lei che non ha educato il figlio a gestire il dolore del rifiuto…
Allora un dubbio si insinua prepotentemente nei pensieri, alla luce di quanto è successo ad Afragola: la mamma della vittima è stata presente nei momenti in cui era necessario? È riuscita a educare sua figlia all’attesa? Perché non le ha impedito di frequentare un giovane di molti anni più grande di lei?
Queste domande non vogliono giustificare in alcun modo il gesto che ha compiuto il giovane uomo, le sassate che le ha inferto mentre era di spalle. Non vogliono colpevolizzare la vittima per aver accettato di vederlo per un chiarimento, né per aver rifiutato quell’abbraccio.
Queste domande nascono dall’amarezza, dall’urgenza di arginare con i fatti e non solo con le parole, un fenomeno preoccupante.
È normale che a dodici anni si inizi a frequentare un ragazzo che di anni ne ha sedici?
Siamo sconvolti di fronte alla società che ci mostra modelli di normalità che sono lontani da quella che è la realtà delle cose. Gli adolescenti sono disorientati e isolati dal mondo reale. Vivono in una dimensione in cui la realtà è percepita in modo alterato, dove non vengono più raggiunti da stimoli reali, dove non sono seguiti dai propri genitori, i quali pare che temano di imporre divieti e loro stessi sono vittime del sistema di gratificazione immediata del “like”.
Perché dietro alla violenza su una donna c’è sempre un’altra donna che non è riuscita a gestire le emozioni negative e gli eventi?
Una mamma è essa stessa una donna e, prima di tutto, una moglie e, in quanto tale, ci si aspetta che abbia il coraggio di voltare pagina quando l’uomo che fa parte della sua vita, mostra di non saper gestire le sue frustrazioni. Un padre violento insegna a suo figlio di poter risolvere i problemi con la violenza, ma una mamma può sottrarre il figlio da questa condizione, saltando fuori dalla pentola prima che l’acqua diventi bollente.
Le scelte comode sono le più facili da fare ma fanno veramente bene a qualcuno?
Il rispetto va insegnato con rigore e grande coraggio.
Le donne hanno l’onere di agire e hanno tutte le potenzialità per farlo. Da loro ci si aspetta che siano le artefici del loro successo e che siano in grado di allontanarsi da un uomo che dimostra di essere debole “finché si è in tempo” e che siano in grado di applicarsi sulla propria cultura e sui propri principi morali, come primi passi verso la propria salvezza e verso la salvezza delle altre donne.
È una successione di eventi e di scelte, dalla quale non possiamo assolutamente prescindere, e allora perché alcune donne restano dove è ogni giorno più pericoloso restare?
Alcune non hanno altra scelta, non hanno una formazione adeguata per camminare da sole, e l’unica strada possibile è restare.
Siamo tutti figli di una donna, e quando questa non sa gestire i conflitti familiari succede quello che ormai la cronaca ci rifila con il termine “femminicidio”.
La parola “femminicidio” ha fatto la sua prima comparsa nel dizionario nel 2001 per indicare un reato di genere, per evidenziare che un gesto di violenza contro una donna è frutto di una disuguaglianza di genere e di una cultura patriarcale. Come dire che un uomo uccide una donna solo perché tale, e perché non riconosce il suo ruolo nella società, eppure molti “femminicidi” sono scatenati dall’incapacità di metabolizzare un rifiuto…
La società, come la giustizia, la patria, la nazione, sono concetti astratti molto spesso personificati con figure femminili. Dietro alla violenza su una donna c’è sempre un’altra donna che non è riuscita a gestire le emozioni negative e gli eventi: anche la società è imputata, perché nella sua astrazione tende a classificare tutto: emozioni, eventi, reati, per dare un contesto a tutto quello che accade.
Finché useremo termini come “femminicidio” sarà sempre percepita la differenza di genere. Le donne sono persone come gli uomini… perché allora quando vengono uccise bisogna classificarle in modo preciso, distinguendo che si sia trattato di femminicidio e non di omicidio?
Questa società sembra fin troppo attenta a ciò che è politically correct e poco attenta invece a creare risposte e soluzioni concrete ai problemi. Come se chiamare bene le cose, bastasse a risolverle.
La società è composta da noi tutti, e ognuno di noi ha la sua fetta di responsabilità in ogni omicidio perché ogni volta gira la testa per non guardare ciò che è scomodo, ogni volta che accetta un termine convenzionale, un nuovo applicativo, un nuovo social, posiziona un altro piccolo mattoncino in quel muro di indifferenza che si è alzato nel tempo e che ha messo le distanze tra il mondo reale e quello percepito.

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